Nora: la sposa bambina che uccise il marito stupratore, sarà imppiccata

«Noura Hussein aveva 16 anni quando i genitori la diedero in moglie a un cugino di secondo grado con il doppio dei suoi anni. Lei si è opposta con tutte le sue forze al matrimonio, ma non è bastato. Quando per sottrarsi all’ennesimo stupro si è difesa con un coltello, uccidendo il suo carnefice è stata consegnata alla polizia dalla sua famiglia». La sentenza di condanna a morte per omicidio a Noura Hussein è arrivata il 10 maggio 2018.

La denuncia sul caso di Noura Hussein è stata portata alla luce dalla giornalista e presidente di Italians for Darfur, Antonella Napoli che ha annunciato anche una petizione su Change.org per salvare la vita della giovane Noura Hussein che oggi ha 19 anni ed è in carcere nella prigione femminile di Omdurman, in Sudan.

Nel ricostruire la terribile storia di questa sposa bambina la presidente diItalians for Darfur ha spiegato che «eravamo d’accordo di non parlare del caso fino alla sentenza», ma ora è giunto il momento di far sentire la voce di Noura anche a livello internazionale. L’appello è stato rilanciato già da Amnesty International e da alcune testate internazionali, tra cui il Guardian e la Bbc. Sui social con l’hashtag #justiceforNoura molte attivisti, tra cui tante donne musulmane, stanno portando avanti una campagna in difesa della vita di Noura Hussein.

Adil Mohamed Al-Imam e Mohaned Mustafa Alnour gli avvocati della ragazza hanno presentato il ricorso contro la pena di morte, a cui è stata condannata Noura Hussein il 10 maggio 2018. Ci sono 15 giorni di tempo prima dell’esecuzione.

Quel che si sa della vicenda è che all’età di 16 anni, Noura fu costretta da suo padre a sposarsi. Rifiutò e fuggì dalla sua casa di famiglia vicino a Khartum per stare con sua zia a Sennar, a circa 250 km di distanza dalla capitale del Sudan. Visse lì per tre anni, determinata a finire la sua educazione, quando ricevette la notizia che i piani del matrimonio erano stati cancellati e lei era benvenuta a tornare a casa dalla sua famiglia. «Tornata a casa dei genitori, Noura Hussein si rese conto che i genitori l’avevano ingannata. E fu costretta a sposarsi comunque contro la sua volontà. Consegnata al suo carnefice dalla sua stessa famiglia, Noura è stata violentata dall’uomo con l’aiuto di due suoi fratelli e di un cugino, chiamati a verificare che da quel momento fossero marito e moglie anche di fatto. Quando il giorno dopo stava per ripetersi la stessa violenza la ragazza si è difesa con un coltello e ha ucciso il marito».

«La pena di morte è l’ultima punizione crudele, inumana e degradante e applicarla a una vittima di stupro mette in evidenza solo il fallimento delle autorità sudanesi nel riconoscere la violenza che ha subito. Le autorità sudanesi devono annullare questa sentenza gravemente ingiusta e assicurare che Noura Hussein ottenga un nuovo processo che tenga conto delle circostanze attenuanti» è l’appello rilanciato anche da Amnesty International.

fonte: avvenire