“Ecco cosa significa essere una madre surrogata” Vi racconto il mio incubo

 

 

“Affinchè gli italiani si rendano conto di cos’è la maternità surrogata” le parole di Elisa Gomez, sembra una ragazzina dal viso ma è già una donna, madre di un ragazzo che fa parte dell’aeronautica militare e di una ragazza che studia all’università medicina, ha una terza figlia che però un destino crudele le impedisce di vedere.

Racconta la sua storia con tanta emozione, la voce viene spesso spezzata dal pianto, le lacrime le coprono gli occhi. La storia è simile a quella di tante altre donne che per problemi economici sono disposte anche ad affittare il proprio utero per avere soldi.

Nel 2006 Elisa decide di offrirsi come madre surrogata ad un forum online, vive nel Minnesota e questa pratica non è regolamentata nel suo paese.  “Ho incontrato diverse coppie – ha raccontato la donna – attraverso un sito internet senza consulenza legale ed ho scelto una coppia omosessuale”.

Alla fine la Gomez racconta di essere rimasta particolarmente colpita in modo positivo da due uomini, una coppia omosessuale che desiderava avere un bambino, oltre al compenso la coppia le avrebbe riconosciuto la possibilità di vedere la bambina e di essere sempre sua madre.

Alla fine si sa, le parole volano e le apparenze ingannano, la gravidanza procede per il meglio, la donna porta in grembo la figlia per nove mesi convinta che avrebbe potuto frequentarla.

Non appena entra in travaglio le cose cambiano, la coppia di uomini inizia a starle accanto in modo morboso  “Appena è nata la bambina, mi sono subito sentita legata a lei, ho percepito che era mia figlia e sapevo che non potevo separarmi da lei”, spiega.

All’uscita dall’ospedale i due neo papà si offrono di accompagnarla a casa e lei accetta di buon grado, sale sull’automobile e qui si capisce di colpo che l’atteggiamento dei due omosessuali è cambiato drasticamente.

Provano a calmarla ma lei ha capito che i due hanno solo intenzione di sbarazzarsi di lei.

La lasciano a casa e si portano via la bambina “Da quel momento mi sono sentita come un vero fantasma di me stessa”, soggiunge. Ma i veri fantasmi diventano i due “committenti”. La coppia – spiega – “ha improvvisamente tagliato le comunicazioni e ha lasciato lo Stato senza darmi alcuna informazione”. La Gomez non trova conforto nemmeno presso le autorità, che – afferma – “non mi hanno assistito, trattandomi come se quella bambina non fosse mia”.

È così che prova ad adire le vie legali, ma ne rimane oltremodo scottata. Dopo un primo processo – racconta – “il giudice ha dichiarato che io non ero la madre di mia figlia, ma solo un donatore genetico”.

La donna decide così di ricorrere in appello, dove le toghe riconoscono il suo legame genitoriale con la piccola ma stabiliscono altresì di lasciare la bambina alla coppia omosessuale.

L’incubo non finisce qui. La Gomez – che è pittrice e mantiene la sua famiglia svolgendo vari lavori – viene costretta a pagare quasi 600 dollari di assegni di mantenimento e viene minacciata di prigione se avesse parlato o scritto, negli Stati Uniti, di quello che le è successo. Qui in Italia, dove è libera da questa censura di Stato, racconta con le lacrime agli occhi le sofferenze di sua figlia. “Le telefonate che ho fatto a quella coppia poco dopo la sua nascita – dice – sono state traumatizzanti, perché la sentivo urlare disperatamente di sottofondo”.

“Sono stata ingenua”, riflette amaramente la Gomez. La quale dichiara di non vedere più sua figlia da quando aveva due anni e mezzo e aggiunge: “Sono certa che migliaia di donne, nel mondo, soffrono la mia stessa sorte”. Sono le numerose donne sfruttate, costrette dalla violenza o dalla fame, ad “affittare” il proprio utero. “Io non sono una schiava e mia figlia non è un oggetto – esclama – ci sono leggi contro la vendita di parti del corpo umano e tuttavia la maternità surrogata è accettata”.

E mentre la Gomez rivela il suo straziante racconto, nello stesso palazzo, in Aula del Senato, è appena iniziata la discussione sul ddl Cirinnà. “Conosco un po’ questo testo – afferma la donna americana – e credo che la stepchild adoption renderà molte donne nella mia stessa situazione”.

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